Insegna luminosa

Insegna luminosa

lunedì 26 dicembre 2022

Fisica delle Separazioni in otto movimenti.... Giacomo Sartori scrive il requiem di un matrimonio

Fisica delle separazioni in otto movimenti di Giacomo Sartori [Exorma edizioni 2022, 16.50 euro],


è un libro dolorosissimo e intimo, di quelli che a tratti vorresti chiudere, da quanto sono forti sia il dolore, che l'intrusione nell'intimità dell'io. 

Un uomo non più giovane è alle prese con la crisi del suo lungo matrimonio, con una donna, Mila, anch'essa non più giovane. L'uomo deve fare i conti anche con la morte della propria madre e con un passato che lo incista, suo malgrado, nel Male, così come intrisa di violenza è la storia di sua moglie. Spezzare un legame che appare e deve essere stato di certo fortissimo sembra un'impresa al di sopra delle forze di entrambi, sia fisiche che mentali. 

I due, che si apprestano a lasciarsi, convivono nella casa di lei, in una capitale. 

La donna ha messo in vendita la casa e assistiamo con impotenza e un senso di ineluttabilità, al lento svuotamento dell'appartamento. Lei sopraffatta priva di ogni attitudine al senso pratico, che inscatola oggetti che sono i ricordi di una vita insieme. Lui che sconfortato fa la spola con un carrello della spesa verso una libreria alla quale porta i suoi libri. 

In un torbido, quanto lugubre banchetto funebre, saranno una miriade di topi a impossessarsi di quello che doveva essere stato il nido di un amore ormai in agonia.

Tutto ciò appare disgustoso, ma di sicuro emblematico ed estremamente efficace.

Eppure, nonostante il carico di dolore, il portato di intimità e di segreto, questo libro arriva al punto in maniera molto precisa, chirurgica e abile, universale, nel raccontare quello che l'autore descrive come un funerale senza il morto. 

venerdì 16 dicembre 2022

Di Olive Kitteridge e della scoperta dell’acqua calda, ovvero di quanto sia brava Elizabeth Strout, ma io faccio queste scoperte tardive, sorry

Sono contenta di aver letto Olive Kitteridge di Elizabeth Strout [Fazi Editore, euro 18.50].
Faccio queste scoperte dell'acqua calda, ovvero tardive, poi mi meraviglio di me stessa.
Il libro, come tutti quelli che ho amato, ci ha messo un po' a catturarmi, poi mi sono accorta che quel fastidio, quella riluttanza, si trasformava in pensieri sulle storie, insomma me lo portavo in giro, nei miei lunghi tragitti in macchina, ci pensavo sopra e ci ritornavo e mi chiedevo chissà che fine farà quel personaggio, chissà se ritorna, chissà che diavolo gli succede.
Apparentemente una raccolta di racconti lunghi, tutti che però ruotano intorno alla figura di Olive, una figura imponente anche nel fisico, di donna matura e grande, alta e grossa, dal carattere non proprio dolce, il romanzo in realtà racconta quello che succede agli abitanti di Crosby, un  villaggio nel Maine, con una puntatina a New York.
Olive è un'anziana insegnante di matematica in pensione, di quelle che facevano paura agli studenti. Solo questa informazione basta a rendermela antipatica da subito. Di fatto Olive, e con essa la Strout, non ammicca mai al lettore e siccome questo, tra il brusco e il lusco, a me, da lettrice, in definitiva, piace [sono fatta un po' al contrario], è andata che mi sono trovata invischiata nella vita e nello sguardo severo della professoressa Kitteridge.
Ci sono scene che rasentano più che il perturbante, il grottesco, come quella della rapina al pronto soccorso, con Olive legata meni e piedi e che indossa solo una camice di plastica. C'è una pianista sola e alcolizzata. C'è una ragazzina che muore di anoressia. C'è un anziano padre che non riesce ad accettare che la propria figlia sia lesbica.
C'è molta provincia, in senso buono [questo commento scritto da me che vivo al confine fa quasi ridere], è un romanzo zeppo di vita.
E poi quel finale, Dio abbia in gloria la Strout, che non voglio rivelare per quell'unico al mondo che non abbia ancora letto il romanzo e legga invece il mio blog, quel finale ha aperto un varco di luce, così calda che.... Finalmente ragazzi, un finale come Dio comanda, che di tragedie non se ne può più [non so voi, parlo per me].
Di Olive Kitteridge e di altri romanzi belli parleremo, anche, al corso di Scrittura autobiografica e non solo, che terrò con le mie sodali in quel di Verbania a partire da lunedì sera 19 dicembre 2022.
Ci sono ancora alcuni posti liberi, chi fosse interessato mi scriva in privato.

domenica 27 marzo 2022

Works di Vitaliano Trevisan: più che divertente, un amaro e disincantato Nordest

Un’autobiografia intessuta sui lavori, sul lavoro che nobilita l’uomo, ma fino a un certo punto, perché la vocazione di quest’uomo è stata la scrittura. 

Quindi sui lavori fatti da uno scrittore che non poteva contare che su sé stesso per fare quello che voleva fare. 

Lavori innumerevoli e credo di aver perso il conto di quanti ne siano stati cambiati dall’autore di Works, Vitaliano Trevisan, che in questo tomo di oltre 650 pagine, mi ha incatenato alla sua voce, disincantata, amara, per nulla simpatica, ma proprio per questo molto forte.

Tutti i lavori, dal primo a una pressa, ancora adolescente, al quale il padre lo aveva obbligato per comprarsi una bicicletta nuova, passando per il manovale di cantiere, per il geometra, per il lattoniere, gelataio in Baviera, per il portiere notturno sono raccontati e la vita professionale diventa materia narrativa ed è come il maiale, del quale non si butta nulla.

Ti accorgi, o almeno io mi accorgo che un libro mi piace, quando vorrei conoscerne l’autore. 

Così io Trevisan avrei voluto conoscerlo, di persona. Cosa che non è più possibile, perché Trevisan è morto, a gennaio di quest’anno. 

Credo che in primis questo farebbe inorridire Trevisan, ovvero il fatto di suscitare in chi legge la voglia di incontrarlo, ma tant’è, a me i libri belli fanno quest’effetto. 

Works mi ha strappato più di un sorriso, mi ha emozionato, mi ha fatto arrabbiare.

Su tutto mi ha incuriosito la teoria, che condivido, che la letteratura non debba comunicare, che lo scopo della letteratura non sia quello.

Apparentemente l’oggetto libro appare un saggio, ma è appunto un’autobiografia e anche un romanzo, quindi è un oggetto strano, atipico e anche per questo un'opera d'arte. 

Dentro c’è la figura di un uomo che osserva ed è osservato, un uomo a volte, forse troppo spesso, solo e c’è un Nordest che a parte le bestemmie in vicentino, rigorosamente tradotte nelle note a piè pagina, con un vezzo molto ironico, assomiglia, per molti versi a questa provincia derelitta e danarosa dalla quale anche io provengo.

C’è uno sguardo molto attento e acuto e non giudicante, ma disilluso e per certi versi estenuato su un’Italia che ha fatto del lavoro un pilastro per la realizzazione del sé. 

C’è un uomo che precipita, che cade e si rialza, che cade e si rialza e sapere com’è andata, alla fine, mi ha destabilizzata non poco nella lettura.

Quando Trevisan descrive la logica perversa delle morti sul lavoro, perché adeguarsi alle norme di sicurezza porterebbe al collasso piccole ditte che annaspano e se si adeguassero a quelle norme fallirebbero, mi è sembrato di riconoscere una realtà che purtroppo è ancora immutata. 

Quando scrive di differenze di classe, ci vedo qualcosa che riconosco e che vivo e ho vissuto. 

Quando scrive di morti di eroina, di comunità di recupero che sfruttano il lavoro, con occhio così lucido e ironico, e ancora mi vien da scrivere disincantato, mi vengono in mente realtà che anche io conosco, e quando parla di storie di corna, pure. 

Molta vita. Una vita per certi versi troppo grama, graffiante. 

Una penna asciutta, ma incisiva e una lingua scarna, ma precisa, come doveva essere il suo autore, autore che ribadisco, purtroppo non ho conosciuto e al quale se lo avessi conosciuto, probabilmente, non credo che avrei fatto una buona impressione sia per la mia situazione di dipendente statale, sia forse, per la mia estrazione operaia fino al midollo, ma in fondo in fondo, molto piccolo-borghese, almeno nelle aspirazioni.

Adesso non mi resta altro da fare che ribaltare la casa alla ricerca de I quindicimila passi, altro suo romanzo che possiedo, e buonanotte.

lunedì 25 gennaio 2021

Lettere alla fidanzata di Fernando Pessoa ridicole e sublimi


Le lettere alla fidanzata di Fernando Pessoa a Ophélia Queiroz, sono edite per Adelphi e curate da Antonio Tabucchi. Raccontano il nonamoro di Pessoa per questa esile ragazza, che chiama con teneri nomignoli come Bebè, mio caro piccolissimo Bebè, a volte terribile Bebè e Vespa. 

I due fidanzati si conobbero quando lei rispose a un annuncio per un posto da impiegata nella ditta di import-export del cugino di Fernando Pessoa. Fernando era lì spesso, poiché conosceva bene l'inglese e si occupava delle traduzioni. Fu amore a prima vista. Ma questo appartiene al territorio della cronaca.

Ophélia racconta che Pessoa faceva lunghi tragitti, pur di poterla riaccompagnare a casa, a piedi, e che aveva disegnato su un biglietto la strategia per allungarli ulteriormente.

"Iscritta tra la parodia delle dichiarazioni di Amleto a Ofelia, in bigliettini nascosti in scatole di caramelle, e una finale in forma di nonsense, la storia di questo amore segretissimo e casto, così ottimisticamente puerile e insieme così senza speranza, potrebbe forse sembrare ridicola se non partecipasse, proprio come i veri grandi amori, del ridicolo e del sublime." Così scrive Antonio Tabucchi nella curatela e io non aggiungo altro. 

Seppure siano ridicole, le lettere d'amore, e ridicolo possa essere chi le scrive, quelle di Pessoa,
nascosto e sfuggente, umorale, infantile e tormentato, sono delicate.

sabato 19 dicembre 2020

La questione dei cavalli di Arianna Ulian è un esordio di una bellezza disarmante

L'ho centellinato, questo giro, e me lo sono goduto. Un esordio con i fiocchi, ma così sembra che come sempre io enfatizzi, simpatizzi, tiri l'acqua al mulino. Non è piaggeria, o comunque, prendetela come vi pare, anche se fosse, il consiglio di leggere La questione dei cavalli di Arianna Ulian è spassionato.

Arianna Ulian disegna una Venezia mai vista, scenario di un film western, e solo per questa idea che tutta si tiene e si regge, il libro merita di essere letto. Ma non è solo questo.

C'è un bimbo, Momo, dallo sguardo senza filtri, che vede e soffre della sofferenza dei cavalli, perché appunto, in un western che si rispetti, ci devono essere i cavalli, ma nessuno ha fatto i conti, davvero, con quello che i cavalli a Venezia, possono patire.

Se Momo, così sensibile, ha uno sguardo che incanta, i cavalli hanno una voce e sentirla, attraverso le parole di Arianna Ulian, che le declina in versi, è davvero struggente.

Il regista, le comparse, tutti sono vivi e quando la situazione precipita, non possiamo che partecipare, inermi e disorientati, alla dèbacle, come se fossimo un pubblico di fronte a uno spettacolo tragico.

Con una preziosa nota di Dario Voltolini, il libro, primo titolo della collana Fremen, curata da Giulio Mozzi, edito da Laurana Editore di Milano, ha una grafica elegante ed è appena andato in ristampa.

I cavalli di Arianna Ulian, scalpitando, correranno lontano e la loro autrice, di sicuro, ci regalerà nuove prove altrettanto importanti.



domenica 19 aprile 2020

L'arte sconosciuta del volo di Enrico Fovanna è un romanzo perfetto

Il titolo è lapidario. E quindi potrei anche fermarmi qui.

C'è ne L'arte sconosciuta del volo di Enrico Fovanna (Giunti 2020) un mondo che conosco non proprio di sguincio, perché è a due passi da me. Ambientato nella Premosello dove pure sono nata, si spinge nella Liguria che amo, nella Milano che ho bazzicato, nell'Ossola alta che una mezza "sardina" come me ha sempre guardato circospetta.

Non è solo un giallo, con tutto il rispetto per il genere, non è solo una storia di bambini. Una voce silenziosa e gentile lo anima e, piano piano, addentrandosi nelle paure, dipana un universo oscuro avvolto anch'esso nel silenzio delle chiese e dei cimiteri.

Il paesaggio, non mero fondale, in questo paradiso da cartolina nel quale apparentemente non succede mai nulla, è testimone oculare di fatti efferati. L'omicidio di due bambini.
Il piccolo Tobia, ormai adulto, che ancora sogna di volare come Bob Beamon nell'aria rarefatta di città del Messico del 18 ottobre 1968, assapora l'arte sconosciuta del volo in un viaggio iniziatico a ritroso nella sua infanzia, come un passaggio obbligato attraverso le sue paure e, forse, troverà la forma perfetta della sua, come di tutte, le anime.

mercoledì 1 aprile 2020

La mia casa nel 2018 (ora è già cambiata, come me del resto)

Casa mia è divisa in zona giorno, dove vive il cane, e zona notte, dove vivono le gatte. Come dice anche il proverbio, cane e gatto non vanno d'accordo, sono appunto come il sole e la luna, il giorno e la notte, appunto.
Comunque nella zona giorno, dove c'è la cucina, una volta c'era un garage. Quando abbiamo ristrutturato, per alzare il pavimento a livello del resto della casa e per isolare, abbiamo messo degli igloo di plastica. Non so perché, ma questa cosa di avere in casa gli igloo mi ha esaltata e per un po' dicevo la parola igloo a tutti.
La cucina vera e propria, intesa come mobili e piano cottura e frigorifero e lavandino e forno, occupa un lato e un angolo di quello che era appunto il garage, in mezzo c’è il tavolo. Le gambe del tavolo, che è rotondo e allungabile, sono state mangiate dal cane. Sul frigorifero ci sono, ma questo è un classico, le calamite. La mia preferita è un'aragosta rossa a pois che quando si apre il frigorifero muove le zampette: una si è rotta, quindi l'ho incrociata su un'altra. Accanto alla finestra c’è una libreria: ci ho messo tutti i miei libri di ricette e sopra spenzola una sorta di edera non rampicante, ma cascante appunto. Credo si chiami Cissus.
Tutto il resto è uno spazio aperto, nel centro del quale troneggia una stufa mangiatutto, talmente brutta che mi ci sono affezionata. E' marrone e sulla canna fumaria c'è una corona con quelle bacchettine alle quali, quando la stufa è accesa, noi appendiamo la robettina ad asciugare. Con robettina intendo calze e mutande.
Dall'altro lato della stufa, dove c'è la porta d'ingresso, c'è un divano letto. Lo teniamo insieme con delle fascette da elettricista, altrimenti si aprirebbe. Quando vengono i nostri parenti, noi dormiamo lì e quando è chiuso ci metto sopra dei grossi teli batik, comprati al mare in estate.
Davanti al divano c'è un mobile tondeggiante e sopra il mobile la televisione. La televisione prima era piccola, adesso è gigante e copre quasi del tutto il quadro che si trova appeso alla parete. Il mobile tondeggiante ereditato dalla zia di mio padre, la zia Lisa, un tempo era marrone, poi l’ho fatto laccare di bianco e ho messo dei pomelli colorati sulle ante. Il cane ha rosicchiato anche quelli.
La porta d'ingresso prima era una finestra: è di legno laccato di grigio e al centro ha una finestrella a forma di rombo, di vetro satinato. Ci ho appeso sopra l'effige in terracotta di una divinità che tira fuori la lingua e, accanto, anche un paio maschere di legno: sono sarde e si dice proteggano gli abitanti della casa.
Tra il divano e il mobile della televisione, di fronte alla cucina, c'è una portafinestra che dà su una terrazza che porta al giardino. Un tempo la portafinestra era una finestra e non c'era la terrazza. Accanto alla portafinestra, sul pavimento da un lato ci sono delle orchidee: fioriscono e sfioriscono da alcuni anni e ogni volta che questo si ripete mi sento piena di gratitudine. Invece tra il divano e la porta c’è un ficus, vuole poca acqua, mi ha detto il fiorista quando l’ho comprato: è ancora vivo e anche questo mi stupisce.
Accanto al mobile del televisore c’è un comodino, me l’ha regalato la zia di mio marito, e sopra ho messo una grossa euphorbia, anch’essa viva da quasi un anno.
Nella zona notte, quella delle gatte, ci sono un lungo corridoio, due camere ai lati e un bagno e quello che doveva essere un altro bagno, ma ho finito i soldi della ristrutturazione, così è diventato un ripostiglio. Dentro il ripostiglio c'è anche la lavatrice. La lavatrice quando ha finito di lavare suona una musichetta allegra.
La cameretta più piccola doveva essere quella dei bambini. Ha due lati corti e due lunghi, così è lunga e stretta: per smorzare ho escogitato un effetto ottico, facendo verniciare i lati corti di grigio più scuro del grigio dei lati lunghi. Ho chiesto agli imbianchini di dipingere una striscia rossa fiammante a circa due terzi di altezza della parete lunga che proseguisse poi nel corridoio. Li ho sentiti mentre ero nel bagno, che è proprio accanto, ironizzare sul fatto che come camera dei bambini fosse piuttosto tetra e forse avevano ragione. Comunque nessun bambino in quella camera, alla finestra della quale avevo messo tendoni a strisce bianche e rosse, ha mai dormito finora.
Il bagno è luminoso, come il resto della casa, lì ci sono anche due lettiere per le gatte: gli amici si vedono nel momento del bisogno, non so perché mi viene in mente questa frase, ma la associo al bagno. Ho appeso a un portasciugamani una pianta grassa che quando la innaffio si gonfia e ha dei pallini cascanti. La pianta si chiama Senecio.
In corridoio ho fatto appendere degli adesivi di uccellini di forme diverse che prendono il volo, da sopra la linea rossa. In corridoio c’è la mia libreria. Avevo cominciato a mettere ordine, dividendo i libri per genere e autore quando, con la scusa di timbrarli con il mio ex libris, li ho tirati giù uno alla volta, ma quasi subito mi sono stufata e li ho lasciati così, nel loro disordine dimezzato.
La nostra camera è piuttosto grande e quadrata, una volta avevamo un letto di ferro battuto, poi l’abbiamo sostituito con un uno di legno. Nella camera il pavimento è di graniglia rosa: era quello di mia nonna e non ho voluto cambiarlo, anche se quando cammini a piedi nudi è piuttosto freddo. Sulla finestra ho messo delle tende con un motivo a losanghe, color lavanda: le avevo comprate al mercato equosolidale.
Separa la zona giorno dalla zona notte, oltre a una porta a scrigno, un cancelletto, e il cane cerca di travolgerlo se è chiuso, ma se è aperto, non lo oltrepassa, forse perché quello è il confine invalicabile con un territorio che non gli appartiene, il limite insuperabile tra il giorno e la notte, più probabilmente perché sa che se andasse nella zona notte, i gatti la farebbero nera, di fatto è una cucciolona nera.
Una volta è scappata una delle due gatte, allora abbiamo chiuso l’altra in bagno e il cane in camera, perché la gatta potesse rientrare dalla terrazza. Per paura o per dispetto il cane ha fatto la pipì sul nostro letto. Ce ne siamo accorti a mezzanotte e abbiamo dovuto recuperare il materasso del lettino della cameretta, che però è rimasto sollevato e il nostro letto è diventato simile a quello di un ospedale.
Mio marito si è arrabbiato, io ho riso di quel piccolo incidente animalesco, perché per me le tragedie sono altre.