Insegna luminosa

Insegna luminosa

sabato 13 aprile 2024

Invernale di Dario Voltolini: il dolore universale...


Invernale di Dario Voltolini (La nave di Teseo, 2024, pag. 140, euro 17) è un memoir intenso e scritto magistralmente.

L'incipit, crudo e movimentato, tutto si svolge nel mercato di Porta Palazzo a Torino e descrive, come in una presa diretta che impressiona per la sua forza, un incidente sul lavoro: mentre sta sezionando un animale con un coltello, il padre dell'Autore si taglia un dito sul ceppo, dito che viene riattaccato alla mano in ospedale, ma che non funzionerà più come prima.

L'incidente segna uno spartiacque, nella vita del padre e di conseguenza del figlio.

Da lì un'infezione. Uno scarto nella salute dell'uomo, nella quotidianità di una famiglia.

Gino, il padre, grande lavoratore, continua la sua vita, dividendosi tra il bancone della macelleria al mercato e le incombenze con i fornitori, la caccia, le partite di calcio e tu ci rivedi tuo padre, in quel padre, e ti rivedi in quel figlio.

La malattia che arriva, subdola, invisibile, la diagnosi letta su un'enciclopedia, la resistenza, la stanchezza, i silenzi riempiti di gesti che diventano sempre più faticosi, i viaggi a Villejuif, i referti che si accumulano, le lettere tra i medici.

Fino all'ultimo viaggio e al grande freddo. Un elemento quasi magico, soprannaturale eppure reale.

Un libro molto bello, una scrittura precisa, scarna, scabra, essenziale.

Può l'intimo diventare universale?

Leggendo Invernale la risposta non può che essere sì.

mercoledì 14 febbraio 2024

Senza di Massimo Cracco: abbacinante è dire poco.

Senza di Massimo Cracco (Autori Riuniti, 2020, 229 pagine 15 euro) è un libro che avevo parcheggiato in libreria da tre anni, dopo una diretta online vista durante il Covid. 

Mi ritrovo a parlarne. 

Malgrado il mio disordine, so esattamente dove sia, lo trovo e lo leggo in due giorni: fatico a staccarmene.

Capisco si tratti di una storia forte dagli esergo che citano Cioran. 

Non ho un palato abituato. Non ho mai letto nulla di simile.

Paolo, il protagonista, è un ragazzino e poi un adulto che non vuole le sue gambe. Abita in una Verona industriosa, avvolta di bruma, come anche io la ricordo in inverno: c'è l'odio e c'è la violenza di tre fanatici post nazisti, la storia dei quali si intreccia con quella di Paolo. C'è l'amore per Francesca, il legame con Cristina, l'amicizia con Alberto. La mente di Paolo, di un'intelligenza che si intuisce formidabile, non lascia andare nulla, persino l'incidente automobilistico che falcidia una famiglia di turisti francesi. Mentre leggo sono tentata di cercare i riferimenti, come ipnotizzata. 

Annoto: 

pag. -212: odio i professori, mentono su tutto

pag. -170: senso e scopo non sono mai appartenuti al mio vocabolario... esistere... è pura ridondanza.

pag. -149: io non so chi sia mio fratello... non mi sono mai fatto l'illusione di conoscerlo, non mi sono mai illuso di sapere chi sia mio padre, né chi sia stata veramente mia madre.

pag. -96: l'odio si produce a partire dal presente con analitiche incursioni nel passato per scoprire le ulcere prodotte dalla vita, è un lavoro di svelamento.

pag. -95: mi sono procurato nemici senza muovere un dito e questo è in sintesi la prova che avere un corpo collegato a terra è già di per sè una forma di contagio.

pag. -75: guardo Chloe, le chiedo se la paralisi ha avuto il senso di un'autoesclusione, se rimanere per sempre immobilizzata non l'abbia salvata da qualcosa cui voleva sfuggire.

pag. -55: il film scorre veloce, l'infanzia, l'adolescenza, l'estenuante fuggire, la condanna al lavoro, l'odissea dell'impiego, Cristina, Francesca, la Gott mit Uns, la miseria che m'insegue, gli avvocati, il Tribunale, spazzatura che mi ha invaso senza riuscire a cambiare idea al destino che ha atteso allagando le mie strade di calme acque...

pag. -47/-46: sul mio corpo si sono combattute guerre mondiali, sul mio corpo ritrovo gli stupri di massa di matrice islamica, le decapitazioni sulle spiagge della Siria, la donna colpevole del tradimento del marito e impiccata sulla piazza di Teheran di fronte ai figli obbligati ad assistere, i secoli della storia si danno appuntamento sulla mia pelle.

pag. -27: l'odore dolciastro della speranza l'hanno addosso solo gli uomini sani.

Leggo esterrefatta, incredula e partecipe. Molte volte inorridisco. Di certo non generi di conforto, ma un libro sul corpo, sulla mutilazione, sul tradimento, sul male, sull'essere vittima e sul diventare carnefice, ispirato; una voce potentissima e fuori da ogni coro, che mi ha ricordato la bellezza folgorante di quella di Flannery O'Connor, ma al contrario, non solo per una questione di genere, ma anche di visione del mondo.

Cercherò gli altri lavori di Massimo Cracco. Produce dipendenza.



domenica 7 gennaio 2024

La SINDROME DI RÆBENSON di Giuseppe Quaranta: un esordio che ha i toni del classico


La Sindrome di Raebenson, di Giuseppe Quaranta, Atlantide (262 p, 18 euro), finalista al Premio Calvino, è un esordio che ha i toni del classico, eppure racconta una storia mai letta prima.
Abbiamo la sensazione di avere tra le mani un trattato di psicopatologia e siamo portati a credere, senza dubitare, alla veridicità di quanto andiamo leggendo.
Coinvolto dai sintomi e dallo strano delirio di un amico psichiatra, Antonio Deltito, il protagonista, psichiatra anche lui, per onorarne la memoria, si trova a diventare studioso di questa nuova Sindrome che non è stata ancora classificata nel DSM ed è oggetto di studi quasi clandestini da parte di pochi e misteriosi studiosi, i raebensologi.
La Sindrome di Raebenson rende i malati oltremodo longevi.
Al di là dell'erudizione, della cultura, quello che colpisce di più il lettore (me), è la malinconia, che si annida in quel rigore scientifico.
Una malinconia così spiazzante e umana.
Immortalità, e/o longevità, vita e morte e malattia mentale diventano un enigma che affascina il protagonista, chi scrive e di conseguenza chi legge.
La luce che cerchiamo in una storia come questa, così potente e per certi versi inesorabile, è proprio in quello sguardo malinconico e delicato




sabato 10 giugno 2023

In Buio padre, Michele Vaccari come Stephen King

In Buio padre (Marsilio, pag. 381, euro 18, 2023) Michele Vaccari inventa una storia la cui trama coinvolge e travolge, a tratti fa paura. Soprattutto inventa un mondo.

Nel paesino di Crinale, un luogo immaginario nell'entroterra ligure, quattro amici, Raul Vinicio Adamo e Dafne, si ritrovano in una chiesa sconsacrata per la festa di addio a Vinicio, costretto a lasciare Crinale per il licenziamento del padre da una falegnameria, quando una bomba d'acqua investe la Valle e il distacco di un enorme monolite dalla montagna dà l'abbrivio a una serie di fatti misteriosi: i genitori dei ragazzi, i padri soprattutto, sembrano colti da una inquietante possessione.

Il romanzo di formazione e il thriller convivono intramati con maestria da una penna che usa dialoghi febbrili e cambi repentini di scena. Un libro profetico, forte e perturbante. Dentro ci sono la lotta tra il bene e il male, i protagonisti adolescenti, il rapporto tra i padri e i figli, la forza della Natura, la provincia amata e odiata e amata fino all'odio e odiata fino a essere amata.

Detto così da parte mia sembra "tanta roba" e infatti lo è, eppure su tutto prevale una delicatezza incredibile nello sguardo e anche un senso della misura, perché il romanzo si tiene ed è simile al vero. Insomma ti trovi dentro una storia incredibile e ci credi, con lo stupore di una bambina al quale stanno raccontando una favola horror.

Michele Vaccari, del quale non avevo mai letto nulla, e che ha pubblicato, tra gli altri, Il tuo nemico (Frassinelli 2017), Un marito (Rizzoli, 2018) e Urla sempre primavera (NNE 2021) ha un immaginario che dire ricco è dire poco. Mi ha ricordato Stephen King. Un grande.

sabato 25 marzo 2023

L'inganno di Veronica Tomassini romanzo scapigliato romanzo in filigrana


Di Veronica Tomassini ho letto Sangue di cane, rimanendone folgorata. Il suo libro più recente, L'inganno, per La Nave di Teseo (194 pagine, euro 20, 2022), ha una forza e un'identità mai trovate e inarrivabili.

La trama si riassume in poche righe: una donna siciliana trascorre un mese o poco più a Milano, inseguendo un amore che non si farà trovare, alloggia nella casa popolare di una signora, la signora Erminia, affittacamere che ascolta musica da balera detonante, si addormenta sulla sedia dopo averle lasciato il caffè latte o la minestra e in una maniera maldestra e affettuosa la consola, sempre che di consolazione questa donna sola e colta abbia bisogno. 

Insomma non è la trama qui che ci interessa, la trama è il pretesto per una lingua poetica e non alta, di più, altissima. Milano è un paesaggio di acciottolato brumoso, negozi alteri e chiese dalle alte volte. Una Milano sapientemente tratteggiata, vista attraverso i finestrini del tram, popolata di un'umanità che sa "di aglio e di mamma", con le tinte accennate ma precise di certi pittori scapigliati a noi cari, come cara ci è la scrittura di Veronica Tomassini e la sua voce, generosa, forte e lontana da qualsiasi cliché, che non indugia su se stessa, ma scrivendo di sé scrive di un mondo.

La sua solitudine cava e senza scampo è una lente sublime. La lettura è un piacere allietato dalla sorpresa di trovare parole nuove, non desuete, ma rare come perle. Occhi roridi, volti corruschi. Aggettivi imprevedibili. Questa sì che è una scrittrice dalla quale andare a Bottega, sperando di rubarne i segreti, i ferri del mestiere, nel tentativo di produrre almeno una pallida imitazione.

Sarà presto in quel di Verbania. La attendiamo con trepidazione.

venerdì 6 gennaio 2023

Vuoto di Ilaria Palomba

"Prendete questo delirio, questo macello, e fatelo fiorire."

Così si conclude Vuoto di Ilaria Palomba, [Les Flàneurs Edizioni, pag. 283, euro18], scrittrice, saggista e poetessa pugliese.

Non è un libro per profani. E' pieno di dettagli e assolutamente privo di generi di conforto, che non sono, purtroppo o per fortuna nostra, quello che cerchiamo nei libri. Così che i profani stiano alla larga da questo libro, che fiorirà nel fango come il fiore di Loto e di quel fango che lo soffoca farà il suo nutrimento. Di anabasi, non katabasi, invece si tratta. Una lenta, ma inarrestabile (ri)salita.

Il libro racconta la storia di Iris, non a caso il nome di un fiore. E' una discesa agli inferi, una debacle, una rottura profonda anche con la realtà, ma non è questo che importa. Ci sono, è vero, molte
crepe, ma proprio per questo a filtrare è tantissima luce. Una luce potente identica a quella della verità.



Brava Ilaria Palomba: è giovane, ma sembra una maestra sapiente. Ha una voce fortissima. Leggerla, per me, è già un imperativo


domenica 1 gennaio 2023

Magnificat di Sonia Aggio: il realismo magico diventa perturbante in un esordio magnifico



Ho letto Magnificat di Sonia Aggio [Fazi editore, 17 euro] in questo inizio anno, tra ieri ed oggi.  Ne scrivo a "caldo" perché così mi va. 

E' un romanzo per il quale userei l'espressione di realismo magico ma non so se è una cosa che ho sentito da qualche parte o se me la sono inventata, quindi come tutte le cose che scrivo credo sia da prendere con le pinze. 

Ambientata durante la Piena che ha alluvionato il Polesine, nel '51, con qualche salto indietro e avanti nel tempo, la storia, che avvince e convince, narra di due cugine, Nilde e Norma, che sono quasi e forse più che sorelle: rimaste entrambe orfane, dopo i bombardamenti del '44,  sono cresciute insieme, in un rapporto di affetto forte, che le lega in maniera indissolubile una al destino dell'altra.

E' originale la struttura del romanzo, che si divide in due parti quasi speculari: la prima scritta dal punto di vista di Nilde, la seconda dal punto di vista di Norma. Le stesse scene appaiono così riscritte, cambiando il narratore. 

Da subito si capisce che qualcosa di ineluttabile e potente sta per accadere e quando questo evento, che si annuncia drammatico e tragico, accade, il lettore [nella fattispecie io] vi assiste con molta paura e sgomento, direi con orrore, fino alla fine tenuto incollato come davanti a un horror ben congegnato [mi sembra questa che ho scritto una banalità gigantesca, poiché si è trattato di cronaca e infine di un avvenimento storico che ha travolto un'intera società]. 

Il paesaggio del Delta del Po, che ha qualcosa di sublime e che la sua autrice dimostra di amare con un amore religioso e profano insieme, è descritto con una penna felice e diventa protagonista, insieme a Norma e a Nilde, del romanzo.

Paesaggio che, nonostante la devastazione, non ha perso la sua bellezza. 

Storia che, "nonostante" la sua tragicità e la sua natura perturbante, mi pare un esordio magnifico [il "nonostante" è perché di mio tendo a evitare sia le tragedie che il perturbante].

La luce, che comunque c'è e si apre, è nello sguardo  amorevole dell'autrice verso la sua terra, alla quale reca un tributo di grazia e gratitudine, narrando una storia che sembra avere radici lontane.