Pensato e scritto da chi voleva cambiare il mondo, invece si è accorta che è stato il mondo a cambiarle i connotati.
Insegna luminosa
martedì 3 marzo 2015
venerdì 9 gennaio 2015
Miracolo
Miracolo a Le Havre è un delicatissimo film di Kaurismaki.
Racconta la storia di un lustrascarpe, Marcel Marx, che aiuta un ragazzino africano, Idrissa, immigrato clandestinamente nel porto di Le Havre in Francia.
Scappato da un container diretto in Inghilterra, aperto dagli agenti armati insospettiti dal pianto di un neonato, Idrissa è l'unico che non viene rispedito al mittente.
Scatta la ricerca all'uomo, o meglio al ragazzino, che troverà rifugio nella casa di Marcel Marx.
La moglie di Marcel, Arletty, è gravemente malata e viene ricoverata senza speranze, all'ospedale.
Nel freddo contesto di un porto industriale, questa storia di solidarietà e amicizia, inzialmente molto circospetta, tra il lustrascarpe e il ragazzino apre alla speranza.
Commovente la gara tra i vicini per aiutare Marcel e quindi Idrissa: insieme organizzano un concerto per raccogliere i soldi necessari a pagare uno scafista che porti Idrissa verso Londra, dove abita sua madre.
Prima di riuscire a scappare, Idrissa andrà a trovare Arletty in ospedale, per portarle il suo vestito più bello.
Rocambolesca la fuga del ragazzino, nascosto nel carretto del fruttivendolo e braccato dalla polizia, al porto.
Un arcigno commissario lo vede, ma non lo vede, e quindi gli salva la vita, così come salva è la vita di Arletty che guarisce miracolosamente.
Perché vi racconto tutto ciò?
Giusto per cambiare discorso, che ogni tanto fa bene.
martedì 23 dicembre 2014
sabato 29 novembre 2014
L'Armata Brancaleone
Grande tra gli uomini e di gran terrore
è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se
munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco
altrimenti di chi è preparato a morire. Questo luminoso
pensiero di Giacomo Leopardi era uno dei più cari a Mario Monicelli, autore tra
gli altri memorabili, del bellissimo film “l’Armata Brancaleone”. Noi in
effetti così ci siamo sentiti all’ultimo consiglio comunale, un po’ come
Brancaleone.
Loro hanno i muscoli, noi abbiamo perso più di una puntata. Pur essendo passionali, purtroppo abbiamo, e qui è venuta bene la mossa (di anche) di qualcuno, molto da imparare. Fa niente, impareremo, ma non a stare zitti e a baciare le mani.
Loro hanno i muscoli, noi abbiamo perso più di una puntata. Pur essendo passionali, purtroppo abbiamo, e qui è venuta bene la mossa (di anche) di qualcuno, molto da imparare. Fa niente, impareremo, ma non a stare zitti e a baciare le mani.
Comunque
torniamo a bomba alle trattande:
pur avendo fatto protocollare due documenti, chiamati Ordini del Giorno, e
un’interpellanza, uno dei due protocolli è andato perso (non osiamo pensare
alla lavata di capo che si sarà preso il giorno dopo il protocollista),
l’interpellanza invece riceverà risposta scritta, così ci è stato detto, nei
tempi previsti dal regolamento.
Alle
comunicazioni siamo stati un po’ irruenti, poiché riguardavano la frana:
scalpitavamo per presentare il nostro ordine del giorno (proprio quello andato
perso) che chiedeva, in tempi brevi, un’assemblea pubblica che informasse la
popolazione sulla tempistica e sulle iniziative poste in atto per liberare
appunto la SS34 e renderla transitabile. A dieci giorni dalla frana, forse
qualcosa di preciso si potrebbe anche dire, o no? Non è mica una questione di
lana caprina.
Sulla
ratifica del bilancio, questa volta non abbiamo colto in castagna l’assessore,
che invece è stato disponibile, preparato e calmo (BRAVO!): ha risposto punto per punto; qualcuno invece,
quando gli abbiamo fatto notare un piccolo refuso (siamo
anche noi un poco pizzighini), è andato su tutte le furie.
Sull’assestamento
del bilancio nulla da eccepire, tranne il fatto che non hanno alienato quello
che volevano alienare (come volevasi dimostrare) e che hanno dirottato il
ristorno tasse frontalieri sull’Unione dei Comuni, in quanto erogatore di
servizi non ancora ben definito, ma ai blocchi di partenza (e via!).
Sul
declassamento del DEA, le comunicazioni (sempre unidirezionali) e un bel
battibecco sul nostro documento (ci stiamo facendo le ossa? Non so, ma è una
fortuna di questi tempi, fra tagli alla sanità e problemi della viabilità, non
rompersele per davvero).
Il
nostro documento che chiedeva semplicemente un’assemblea pubblica che
informasse i cittadini e raccogliesse le loro proposte, è stato bocciato.
A
sorpresa la maggioranza ha proposto un documento programmatico scritto in
politichese che ricalca quello dei 25 Sindaci del Verbano e propone una
commissione tecnico-scientifica che studi un riassetto del piano sanitario nel
VCO, dalla rete ospedaliera, all’organizzazione della medicina territoriale e alla
gestione delle emergenze da proporre alla popolazione (tipo pacchetto vacanze
ahiahiahiahi).
Chi ha fame non mangia le brioches, purtroppo.
Lo so che siamo criptici, ma non ci importa.
venerdì 14 novembre 2014
Cronaca di una morte annunciata
La morte annunciata non è quella di Topo Gigio, che resiste.
Sul
declassamento di un DEA nella provincia si sta dicendo e scrivendo molto.
Anche
noi vorremmo contribuire, sperando di non scadere nella banalità e di non
attizzare la cenere, ma con la solita vis
polemica.
Fioriscono
proverbi e titoli: "non ci resta che piangere" ha scritto qualcuno (non il solito
qualcuno, un altro qualcuno), "chi è causa del suo male pianga sé stesso", parole
di qualcun altro.
Al
di là della posizione imbarazzante di “nostri” politici, della quale,
francamente ce ne infischiamo, il problema è che la questione non solo divide
(e chi impera sa quanto sia vantaggioso) un territorio già diviso su posizioni
campanilistiche, ma si gioca sulla pellaccia dei cittadini che non sono solo un
bacino importante, anche se solo grande come un quartiere di Torino, di voti.
Ora
diciamo la nostra.
Partiti
in quarta a difendere a spada tratta il Castelli di Verbania, sul quale si sta
per calare la “mannaia” dei tagli alla Sanità (che sono probabilmente tagli
agli sprechi, ai carrozzoni malfunzionanti, ai medici “marchettari”), ma che
sono anche tagli ai servizi al cittadino per il quale la salute è un diritto
inalienabile sancito dalla Costituzione, abbiamo fatto un incontro illuminante e
fortunato (sembra una favola, ma ormai avete capito che a noi le favole
piacciono assai).
Uno
di noi, non a caso, esperto di emergenze, ci ha raccontato come in realtà
funzionino le cose, dall’interno: a Verbania due medici al DEA, a Domo la
stessa cosa, un medico al pronto soccorso di Omegna, per un totale di cinque
unità (quando al DEA delle Molinette di Torino si alternano due o tre medici).
Il problema è che comunque se hai bisogno dello specialista, sfumato ormai il
progetto dell’Ospedale Unico (sempre per le sopracitate guerre da “salviamo il
nostro orto, che siamo i più bravi”), devi aspettare che arrivi, e se ti capita
sotto le feste, comunque arriva dopo il lauto pranzo, piuttosto imbufalito,
perché gli hai rovinato la digestione.
Domodossola
è agguerrita, gli Ossolani scendono in piazza, a Verbania gli puoi passare
sopra con una ruspa e non si fanno sentire. Ma non è questo il punto.
Il
punto è che cosa sia davvero meglio per i cittadini e non per il territorio,
che è un’entità astratta della quale i soliti noti si riempiono la bocca, che
cosa sia più funzionale, come assicurare una capillare ed efficiente risposta
alle emergenze, senza creare cittadini di serie A e di serie B, senza costruire
altre cattedrali nel deserto, ma assicurando standard qualitativi alti
nell’assistenza sanitaria, nonostante le difficoltà logistiche.
Altra
questione spinosa è il punto nascite: da tempo il nostro (sempre lui), sostiene
che si sia creata l’ennesima buffonata. I parametri numerici dettati in primis
dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità), per garantire una minima
sicurezza sono di almeno 1000 parti all’anno: Domo e Verbania, insieme, non sono in grado di
rispettarli con una media rispettivamente di poco
più di 200 e sotto i 500 parti all’anno, quindi ben al di sotto della soglia.
L’arroccamento su posizioni campanilistiche ha fatto sì che si sia creata la
situazione per la quale vengono appunto assoldati professionisti a contratto
che arrivano anche da lontano, non conoscono le pazienti e per ridurre al minimo i rischi di un lungo travaglio, effettuano il cesareo.
Ancora qualche dato: la percentuale di cesarei che sempre l’OMS
giudica corretta è di circa il 15%, in Italia la media è 25% alzata sopratutto dalle strutture del centro-sud, attualmente Verbania si assesta sul 27%, Domodossola al 41%, con le conseguenze che i parti naturali
nel VCO sono statisticamente molto bassi.
Domo
si è messa nelle condizioni di vincere questa “battaglia”, con le sale
operatorie rinnovate da poco, il reparto di Rianimazione con posti letto
superiori a quelli di Verbania e la recente apertura dell’ emodinamica.
Dovrebbero
scattare gli applausi o i fischi a seconda di chi fa il tifo.
In
noi scatta solo la molla della paura e il senso di sconforto, perché, per
l’ennesima volta ci siamo fatti fregare e non sappiamo neanche da chi.
Questo
genera rabbia (ed è un sentimento condiviso): perché quando non sai chi ti sta
fregando, il primo che becchi gli fai un paiolo grosso come una casa, poi ti
accorgi che non c’entra nulla, che era colpa di un altro, ma il danno ormai
l’hai fatto.
È la
legge dei disperati, e chi è malato, spesso è, tra le altre cose, anche disperato.
Chiediamo
che non si giochi ancora una volta sulla nostra pelle, perché anche se quando il
gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, è anche vero che gli scherzi sono
belli quando durano poco.
Chi
ha orecchie per intendere, intenda!
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